{"id":1314,"date":"2017-01-29T12:14:56","date_gmt":"2017-01-29T11:14:56","guid":{"rendered":"http:\/\/www.palmernoise.com\/?p=1314"},"modified":"2017-03-22T12:24:57","modified_gmt":"2017-03-22T11:24:57","slug":"the-pit-of-the-damned","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/palmernoise.com\/wordpress\/2017\/01\/29\/the-pit-of-the-damned\/","title":{"rendered":"The Pit Of The Damned"},"content":{"rendered":"<h2>Review &#8211; Surrounding The Void<\/h2>\n<p>by Francesco Scarci<\/p>\n<div>Sar\u00f2 franco: sebbene gli svizzeri Palmer calchino la scena da oltre 16 anni, io non ne avevo mai sentito parlare, almeno fino ad oggi. La Czar of Bullets contribuisce infatti a diradare la mia ignoranza, inviandomi quello che \u00e8 il terzo album della band alpina, &#8216;Surrounding the Void&#8217;. Un digipack contenente nove brani che &#8220;oscillano da qualche parte tra il post metal e il prog rock con timbriche sferiche&#8221;. Ecco come desiderano essere identificati gli elvetici, che con la classica formazione a quattro (voce, basso, batteria e chitarra), sfoderano una prova, per dire in modo semplicistico, robusta. &#8220;Home is Where I Lead You&#8221; colpisce per il suo growling rabbioso e l&#8217;incisivit\u00e0 delle ritmiche, grazie ad un riffing corposo che coniuga gli insegnamenti di molteplici band, da Neurosis a Black Sabbath, passando attraverso High on Fire, Meshuggah e primi Mastodon. Insomma, idee chiare su dove collocare stilisticamente i Palmer? &#8220;Misery&#8221; dice che la ritmica si fa ancor pi\u00f9 rallentata, ben pi\u00f9 profonda e che addirittura c&#8217;\u00e8 spazio per qualche fuga in territori post rock, grazie a qualche simpatica parte acustica, che taglia la tensione saturante l&#8217;aria. Le song non appaiono di certo cosi lineari nel loro svolgimento e una certa carenza in fatto di melodie, non ne agevola l&#8217;ascolto, che alla fine risulter\u00e0 parecchio impegnativo. Ma l&#8217;impegno nel dover ascoltare questo disco non \u00e8 necessariamente un fatto negativo, spinge semmai a molteplici ascolti, ed in generale ad una pi\u00f9 estesa longevit\u00e0 del disco. &#8220;Divergent&#8221; ha un incedere dilatato che evoca inesorabilmente le ultime cose pi\u00f9 sludge di Scott Kelly e soci, con una seconda parte affidata ad una visionaria, nonch\u00e9 noisy, rivisitazione del sound della band californiana. Che gli svizzeri non fossero degli sprovveduti, l&#8217;avevo gi\u00e0 intuito da tutta una serie di piccoli segnali, ma dopo aver sentito di che cosa sono capaci qui ma soprattutto nella successiva &#8220;Artein&#8221;, mi ritrovo a sottolineare le notevoli capacit\u00e0 tecniche di questo quartetto. A parte che mi sembra di aver a che fare con una nuova band, questa volta dedita ad un prog rock strumentale; dovreste sentire con quale classe ed eleganza, i nostri si destreggiano con la loro strumentazione. Con &#8220;Digital Individual&#8221; si torna a pestare sul pedale dell&#8217;acceleratore con un&#8217;altra song irrequieta, che nel break centrale si concede questa volta a divagazioni prog\/jazz, che consentono al combo bernese di prendere un po&#8217; pi\u00f9 le distanze dai gods citati ad inizio recensione e togliersi l&#8217;etichetta di meri emulatori. Direi a questo punto che \u00e8 nella seconda parte di questo disco che si racchiudono le peculiarit\u00e0 di questi musicisti: dall&#8217;intimismo di &#8220;Fate Hope&#8221;, in cui il vocalist Steve prova anche a modulare maggiormente la propria timbrica, alla pi\u00f9 tumultuosa &#8220;Importunity&#8221;, granitica nel suo rifferama, qui a tratti melodico. Il disco \u00e8 lungo, oltre i 60 minuti e quando si arriva verso il fondo, mi sento ormai piegato sulle gambe, sfiancato dal lavoro tortuoso a livello ritmico, di cui farei un plauso al bravissimo Remo dietro alle pelli e a Jan alle chitarre, per l&#8217;eccellente lavoro proposto in una traccia dinamica com&#8217;\u00e8 &#8220;Rising&#8221;. Non posso soprassedere a questo punto nel non citare anche Ueli, preciso con quei suoi fendenti di basso, che completano il quadro di una band matura al punto giusto per fare quel salto di qualit\u00e0 che ci si aspetterebbe da una band sulla scena da parecchio tempo. D&#8217;altro canto, io non li conoscevo proprio fino a ieri, ma oggi posso certamente affermare che i Palmer sono una band da supportare alla grande.<\/div>\n<div><\/div>\n<div><a href=\"http:\/\/thepitofthedamned.blogspot.ch\/2017\/01\/palmer-surrounding-void.html\" target=\"_blank\">Link to article<\/a><\/div>\n<div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Review &#8211; Surrounding The Void by Francesco Scarci Sar\u00f2 franco: sebbene gli svizzeri Palmer calchino la scena da oltre 16 anni, io non ne avevo mai sentito parlare, almeno fino ad oggi. 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